lunedì 10 marzo 2014

Litigare per capire

Ciao ragazze! Spero che voi stiate bene, per me oggi è stata una giornata pesante.
Ho litigato furiosamente con mia madre, e non per il cibo. Ormai non gliene frega più niente di quello. Non mi dicono nulla, sia che mangio, sia che non mangio, sia che mangio solo frutta, sia che mangio solo yoghurt, sia che vado a letto senza cena. Proprio non potrebbe importargli di meno. Ed è questo che mi dà fastidio, ma in generale, su tutto, non gliene frega niente proprio di me.
L'altro giorno dovevamo andare in ospedale da mio padre. Le avevo detto che finivo in palestra alle 13, tornavo a casa e scendevamo insieme. Sono tornata quindi verso le 13:07, 13:10 massimo, e lei se n'era già andata. E manco da assai, mi ha detto mio fratello che era appena scesa, massimo 5 minuti prima. Ma che cavolo le cambiava aspettare 5 minuti in più? Tra l'altro nemmeno poteva avere fretta perchè doveva stare poco, no, è tornata a casa alle 14:30!
Quando è tornata le ho chiesto solo "mi spieghi?" e lei tutta risentita "che ti devo spiegare? tu non sei tornata e io sono andata da papà!" ma come non sono tornata? sapeva benissimo che uscivo dalla palestra alle 13, devo avere quei 5-10 minuti necessari per mettere i passi uno dietro l'altro e fare i 200 metri per tornare a casa? Dice addirittura di essermi venuta a cercare in palestra, di aver chiesto di me alla reception.. Ma che cavolo di senso ha? Giustamente le hanno detto che non c'ero, grazie al cazzo! Come d'accordo alle 13 me ne ero andata, bastava aspettarmi altri 2-3 minuti! Ma quello che mi ha dato più fastidio è che prima di uscire ha avuto l'accortezza di dire a mio fratello di mettere l'acqua sul fuoco per la pasta alle 13:45, così che quando tornava poteva cucinargli. E di me, direte voi? Se ne è fottuta. Non ha lasciato un foglietto, non mi ha chiamata al cellulare, non ha nemmeno lasciato detto a mio fratello di dirmi qualcosa. No, se ne è andata e basta. Come se io fossi un altro cane, uno è chiuso qui, uno sta chiuso lì, uno tra poco torna e se ne sta là.. Cioè boh.
E vabbè, ci sono rimasta male ma ho lasciato perdere.
Oggi è domenica, e la domenica ai pazienti danno mezza giornata di libera uscita, così mio padre è stato a casa, però doveva tornare in ospedale prima delle 21. Così alle 19 ho detto che scendevo col cane e ho chiesto a che ora dovessi tornare, mi hanno detto alle 20, così avremmo cenato e lui poi sarebbe andato via con mio fratello. Io alle 20 puntuale torno a casa, lui era in cucina, mia madre e mio fratello si facevano i fatti loro. Allora chiamo "A tavola!" mentre comincio a mettere la tovaglia e a prendere a mio padre ciò che gli serviva. Arriva mio fratello e comincia ad apparecchiare. Di mia madre alle 20:15 nessuna traccia. Allora chiamo "Mamma!" e lei arriva tutta scocciata dicendomi "Vedi di finirla, non sono tua figlia!" E' così offensivo chiamare mia madre "mamma"? Nemmeno avessi urlato "Muoviti il culo!"
Anche mio padre mi ha apostrofata con rimprovero, dicendomi tipo che motivo c'era, ma chi ti ci porta.. Ma dite vero? E' così grave aver chiamato mia madre a tavola, dato che aspettavamo tutti lei e mio padre aveva fretta di mangiare perchè poi doveva scendere? E così abbiamo cominciato a pizzicarci. Ho di nuovo lasciato perdere, loro hanno mangiato e io solo per non fare casino ed evitare di andarmene mi sono mangiata 3 arance. 
Dopo cena non ho capito per quale motivo mia madre ha ripreso il discorso, ha cominciato a dirmi che aveva dovuto lavare tutta la casa perchè era successo un casino che non sto a spiegarvi, che aveva litigato con mio padre di pomeriggio perchè lui si lamentava senza motivo per ogni cosa, ecc. Allora le ho detto "Ecco perchè eravate così acidi stasera." e mi ha risposto che non erano affatto acidi, che erano tranquillissimi, che ero stata io a fare casino. Ma come? Chiamandola? Era un insulto?
Dice che non era la parola, ma il mio tono, che sto sempre a rimproverarla, a "cazziarla". Che è un mese che ormai nemmeno mi risponde più, come l'altra volta che me l'ero presa perchè era andata da sola da mio padre. Dato che ha ripreso il discorso le ho ribadito che infatti era assurdo che se ne fosse andata da sola, quando avevamo un appuntamento e dovevamo farlo insieme. E si è messa a dirmi che io rinfaccio le cose, che sono polemica, che i discorsi per me non finiscono mai, che invece lei dice una cosa e basta, senza più tornarci... ma se il discorso l'ha uscito lei?!
Non ci ho visto più, ero troppo arrabbiata. Anche perchè continuava a ribaltare la frittata. Prima diceva una cosa per un motivo, poi invece diceva di averla detta per un altro motivo, e continuava ad arrampicarsi sugli specchi. Prima ha detto che quella volta non mi ha nemmeno risposto e mi ha lasciata parlare, e poi ha detto che non aveva detto niente perchè io avevo ragione. Allora che cazzo c'entra che lo prende come esempio per dire che sono intrattabile, se ammette che avevo ragione?! Tanto più che nè quella volta nè questa io avevo detto niente! Fa tutto lei, si incazza, mi rimprovera e dice che sono io a rimproverare lei e che le dico le cose 100 volte. Dice che anche stasera l'ho chiamata 100 volte e continuavo a chiamarla ininterrottamente! Ma se a parte il "A tavola" con cui ho chiamato tutti, principalmente mio fratello perchè apparecchiare è compito suo, poi solo una volta ho chiamato lei, dove sono 'ste 100 volte? E anche quella volta, che avevo ben motivo di lamentarmi e rimproverarla le ho solo detto "ma mi spieghi?" e anche lì ha fatto tutto lei, si è incazzata pure perchè volevo spiegato che fine avesse fatto, perchè a testa sua ero io che non ero tornata!
Ma quando lei tutte le volte mi fa aspettare 20 minuti, io me ne vado? No, io la aspetto, pure che poi borbotto perchè ho dovuto aspettare!
Ho cercato di farle capire il mio punto di vista, che non mi sento considerata, che per loro io non conto niente, che un impegno preso con me per loro non è un impegno, è una fesseria e non conta niente. Per me invece un impegno preso con la famiglia è importante, perchè metto questi impegni al primo posto. Per me essere a casa alle 8 per la cena con mio padre è più importante che camminare mezz'ora in più col cane e bruciare calorie. E' più importante che stare in giro col mio ragazzo tornato da pochi giorni dopo 4 mesi. E' più importante del farmi i cazzi miei nella mia stanza al pc. Per loro invece no, come non è importante fare qualsiasi cosa con me, un impegno con me non conta nulla. E' questa la verità, io non mi sento considerata. 
Ed è una cosa che penso da tanto tempo ormai. I tempi di mio fratello vanno sempre rispettati. Aspettiamo che torni lui per mangiare. Mangiamo prima se poi lui deve uscire. Di me invece non gliene frega niente. Io chiedo sempre fino a che ora posso stare fuori, per potermi organizzare e non mancare agli appuntamenti familiari. Ma poi loro 'sti orari non li rispettano mai. Torno a casa e li trovo che già hanno finito di mangiare, fregandosene che io non ci fossi. Oppure torno all'orario stabilito e poi mi fanno aspettare mezz'ora o un'ora, fregandosene che ho mollato i miei impegni per essere lì a quell'ora. E se una volta ritardo un minuto, ma veramente uno, non mi aspettano, se ne vanno, mandano all'aria tutto.
Ho cercato di dirle queste cose, ho cercato di farle capire che ci rimango male, che non mi sento presa in considerazione, che per loro io non sono importante. E mia madre non capiva, non capiva niente. Mi diceva "va bene hai ragione, ti dico che hai ragione ok?" Ma che me ne frega di avere ragione? "Pensi che ora io sia felice?" le ho chiesto. E mi ha risposto "E allora che devo fare? Che vuoi che faccia?" Le ho detto quello che la psicologa dice sempre a me. Le ho detto di cercare di capire le persone, invece di fare le cose.
Di questa cosa la psicologa mi accusa sempre. Io non esprimo, non parlo, non comunico, io faccio. Faccio tante cose, tutte per gli altri, per me non faccio niente. Con le azioni cerco di dimostrare le emozioni che invece sistematicamente sopprimo. Ed è una cosa che mi sono accorta che ho imparato da mia madre. Fa così anche lei. Per lei è tutto sul piano dell'azione. Per dimostrare qualcosa a qualcuno bisogna agire, bisogna fare. Lei si sente una brava donna, madre e moglie se lava i piatti, fa il bucato, piega i calzini e lava a terra. E sentiste come se ne vanta. "Sono stanchissima, oggi ho fatto questo, quello e quell'altro! Ah se non ci fossi io..!" 
E' da lei che ho imparato a Fare, invece che a comunicare, a esprimere. Io per dimostrare l'affetto, l'interesse, la presenza, non lo dico, non lo esprimo, io Faccio. Faccio la spesa, porto fuori i cani, sistemo la casa, do' una mano, sbrigo commissioni, mi offro di fare qualcosa.. 
Come mia madre anche io, quando sono nervosa o triste, faccio qualcosa. Metto in ordine, lavo i piatti, sistemo. Non posso stare ferma, specialmente se la persona con cui sto litigando è ancora lì davanti a me. Ogni volta che cominciamo a discutere, lei si mette a rassettare. Ed è una cosa che facevo anche io, e che poi col tempo ho riversato sul cibo. Se sono depressa, triste, nervosa, mangio compulsivamente. Come invece prima rassettavo tutto. Ero capace anche di stare due ore per esempio a levare tutti i pelucchi da un maglione. Oppure prendevo un calzino con dei disegnini o decorazioni, lo mettevo al rovescio, con tutti i fili quindi sporgenti e li tiravo via uno a uno, facendolo diventare unicolor, quando non tiravo troppo forte e si creava il buco. Ma continuavo comunque, anche per ore, anche se poi alla fine buttavo quei calzini. Sfogavo lo stress facendo qualcosa. 
Il piano dell'azione purtroppo procede rispetto a quello dell'emozione come una retta parallela. Non si incontrano, non possono incontrarsi. La psicologa me lo dice sempre. Agisco troppo e penso, comunico ed esprimo poco e niente. Continuo a spogliare ogni cosa dell'aspetto emotivo. E' diventato tutto razionale, tutto oggettivo, tutto matematico. Anche per quanto riguarda il peso ormai è così. Mi peso solo per il gusto di pesarmi fine a se stesso, solo per abitudine, più che altro per curiosità, per studiare gli effetti di particolari variabili (quanto ho mangiato, a che ora ho fatto l'ultimo pasto, quanto ho bevuto, sono o non sono andata di corpo) sulle oscillazioni del peso. E' diventata quasi una scienza per me. Prima mi angosciavo, mi disperavo e piangevo se prendevo peso. Ero contenta, felice, esaltata e mi sentivo potente se lo perdevo. Ora no, non me ne frega quasi niente. E' più un interesse razionale, ho tolto l'aspetto emozionale anche da quest'ultima cosa. 
E oggi litigando con mia madre mi sono accorta che lo faccio "per colpa" sua. Faccio come fa lei. "Razionalizza" mi dice fin da quando ero piccola. Quando ero ragazzina dice che ero piena di tic nervosi, tremavo tutta, battevo gli occhi, storcevo la bocca, "ero un mostro". Io sinceramente non me lo ricordo. Lei dice di avermi curata, di avermi guarita, parlandomi o chissà come. Sostiene infatti quanto siano inutili e ciarlatani gli psicologi, e come non servono a niente, se si ha una brava madre. 
Ma la mia brava madre non si è resa conto che tutti i complessi che ho, li ho anche a causa sua. Che sia stata una brava mamma non lo voglio mettere in dubbio. Ma nessuno è perfetto e sono sempre più convinta che TUTTI abbiamo dei complessi e dei traumi a casa dei nostri genitori. Tutti, nessuno escluso. 
Il punto è che mi ha abituata a fare così, me l'ha insegnato lei. Ogni volta che ero arrabbiata, nervosa e triste per qualcosa, la dovevo razionalizzare, non dovevo farmi prendere dalle emozioni. E l'ho imparato a fare. Come? Sopprimendo le emozioni, portando tutto a un piano razionale, oggettivo, scientifico. 
Ma noi non siamo creature razionali... non è vero per niente. Non è vero che cogito, ergo sum. Non è il pensiero a renderci vivi, a farci esistere, a darci dignità di essere umano. Sono le emozioni. Non è ciò che pensiamo o che facciamo ad essere importante, è ciò che intuiamo, ciò che percepiamo, ciò che proviamo o sentiamo. Ci teniamo così tanto a negare le nostre somiglianze con gli animali, ci fa quasi schifo l'idea di essere come loro, l'idea che l'uomo stesso è un animale. I creazionisti da questa idea sono così disgustati da essere veramente fermamente convinti che l'uomo è una creatura a sè, creata direttamente da Dio, che con le pelose e sudice scimmie non ha proprio niente a che fare. Le persone pensano, pensano troppo. Fanno troppo affidamento sulla razionalizzazione, cercano di ricondurre ogni cosa alla ragione, di prendere tutto con le pinze, con distanza, di guardare tutto con occhio critico e cipiglio scientifico.
"Emozionatevi" vi dico invece io. Razionalizzare fa schifo. Fa schifo non provare emozioni. Fa schifo non riuscire nemmeno a piangere, non riuscire a sopportare il dolore, non riuscire ad essere felici.
Sapete com'è finita la litigata? E' finita con me appunto che le dicevo "Cerca di capire le persone, invece di fare le cose", con me che me ne andavo, con me che entravo in cucina, guardavo il frigorifero, scoppiavo a piangere, infilavo la mano nel centrotavola, tiravo fuori un pezzo di plastica, mi alzavo la manica del maglione e cominciavo a graffiarmi furiosamente la pelle, strisciando quel pezzo di non so che avanti e indietro, con forza, dal polso al gomito, nella parte interna ed esterna del braccio. E adesso mi ritrovo una bella serie di tagli, graffi e segni rossi, più o meno sanguinanti.
Non riuscire a sopportare le emozioni fa schifo. Razionalizzando ci disabituiamo alle emozioni, non le conosciamo più, non riusciamo a riconoscerle, nè a gestirle. Ed è quello il problema. Si può razionalizzare quanto si vuole, si possono gestire, controllare e manipolare le relazioni quanto si vuole, col pensiero, con le azioni, ma le emozioni non si potranno mai eliminare del tutto. Ci saranno sempre, si formeranno sempre e spunteranno prepotentemente fuori alla prima occasione. E in quel momento non saremo in grado di gestirle. 
Ho imparato tante cose su me stessa negli ultimi mesi. E non mi abbuffo più. Ma non è meglio, non è un successo, non è cambiato proprio niente. Cambiano solo le cose che faccio, ma le faccio lo stesso. Non vomito, ma sputo. Non mi abbuffo, ma mi taglio. E' sempre un modo per non affrontare le emozioni, è sempre un fare qualcosa, invece di sentire, di provare, di emozionarsi. 
Le emozioni mi investono, mi attraversano, ma non le riconosco come mie. Mi danno fastidio. Mi irritano, mi sconvolgono, mi lasciano spiazzata, perchè non le so gestire.
Mi arrabbio molto facilmente ultimamente, ho dei veri e propri scatti d'ira, me la prendo per minchiate. Ma razionalizzo, e so che non posso sfogare questa rabbia verso gli altri. La incanalo verso me stessa, o a volte verso il mio cane. E' bruttissimo da dire, me ne rendo conto, e mi vergogno io stessa. Ma mi capita di urlargli contro, di perdere la pazienza, di insultarlo o di dargli una brusca strattonata, se fa qualcosa come passarmi continuamente davanti e dietro, costringendomi a rallentare il passo o a passarmi il guinzaglio da una mano all'altra, oppure se perde tempo annusando con insistenza un punto, o viceversa se cammina a testa alta fregandosene di fare pipì, quando l'ho portato fuori proprio per fargli fare i bisogni. Dopo un po' mi sento in colpa, mi rendo conto che sono esagerata, che lui non aveva colpa. Mi chiedo "ma da quanto tempo è che non lo accarezzo?" e mi rendo conto che di tempo ne è passato assai, perchè ce l'avevo con lui perchè non voleva camminare o perchè andava troppo veloce. (Ora non pensate che io sia una sadica che lo massacra di botte per 'ste minchiate, mi sto semplicemente facendo un esame di coscienza e mi rendo conto che gli tengo il muso, o che gli dico "sei un cane cretino!" senza motivo, ma cose del genere, mica gli faccio del male. Se lui mi capisse, ci resterebbe male, ma per fortuna non sa che lo insulto, dopotutto è un cane xD)
Oppure, dicevo, più spesso ancora me la prendo con me stessa. Incanalo questi attacchi di rabbia contro il mio corpo. Provo piacere nel farmi male "per sbaglio". Tipo se sbatto contro la porta mi dico "buono, te lo meriti, perchè sei cretina! così impari a stare più attenta!", mi fa piacere se mi trovo addosso dei lividi, anche se nemmeno mi ricordo come me li sono fatta. Quando mi innervosisco assai, anche per fesserie, per esempio perchè il cellulare non funziona, o non mi si connette a internet il pc, o non trovo una cosa in casa, mi sento proprio ribollire, come se potesse uscirmi il fumo dalle orecchie, e trovo sollievo dandomi tipo dei pizzicotti, o graffiandomi. Stasera ero così.. come dire.. disperata? Non so nemmeno che emozione io stessi provando, perchè appunto non è che le provo, mi passano addosso, mi investono, ma io non mi ci identifico. Sento che c'è della rabbia in me, ma non mi percepisco arrabbiata. A un certo punto l'ira mi salta addosso e mi spinge a fare qualcosa, ma non sono veramente io a provare quell'emozione. E stasera era così forte che mi sono dovuta ferire veramente.
Prima non capisco perchè alcune di voi si tagliassero, lo trovavo perfino stupido. Mi dicevo che era assurdo, che il sangue mi fa schifo, che odio le cicatrici, che ho paura che mi venga il tetano, che non avrei mai potuto farlo. E invece adesso vi capisco. E' vero che se non si è dentro certe cose non le si possono capire.
E dato che le capisco, ora (razionalizzando, cazzo!) capisco anche perchè le faccio. Le faccio per non provare emozioni, e credo che per tutte sia la stessa cosa. L'emozione ci assale, non la sappiamo gestire, e cerchiamo di sfogarla con un'azione autodistruttiva. E' un meccanismo di difesa della nostra mente, è ciò che ci salva dalla pazzia. Se non ci facessimo del male, potremmo fare del male a qualcuno. Come quei pazzi che imbracciano un fucile o un macete e massacrano la folla. Il principio è lo stesso. Pensare troppo, sopprimere le emozioni, fare invece che esprimere, è dannoso e controproducente.
Il problema è che io l'ho capito. Cioè pensato, cioè razionalizzato, e l'ho scritto qui, cioè ho agito. Perciò sono ancora lì, sono sempre sul piano dell'azione. Però questo è un passo avanti. Averlo scritto nero su bianco è già qualcosa. Averlo ammesso apertamente è già un modo per esprimermi. E magari quello che ho scritto (sempre che qualcuno si prenda la briga di leggere tutto sto papello di roba pseudo filosofica) può essere utile a qualcuna.
"Emozionatevi". Vi vorrei dire solo questo. (Predica bene e razzola male!)
Ci proverò anche io. Cercherò di vivere davvero le emozioni, di lasciarmi trasportare, di abbandonarmi, e non di esserne investita, succube, e di agire fuori controllo. 
Anche di questo mi accusa sempre la mia psicologa, per esempio per quanto riguarda i sogni. Io sogni tantissimo, quasi ogni notte. E per lei è una cosa positiva, qualora io coi miei sogni ci facessi qualcosa. Io cerco di interpretarli, sì, ma pensando. Collegandoli a fatti veri, o immaginando significati razionali, creando storie, paragoni, osservando dettagli simili ad altri sogni. Io non mi abbandono al sogno, all'emozione che mi trasmette. Lo razionalizzo, non lo vivo. E' come se non fosse mio, come se interpretassi quello di qualcun altro (pratica in cui tra l'altro sono bravina), ma i miei sogni per me sono un libro chiuso. Ovvio. I sogni sono emozioni pure, sono contenuti fatti di istinti, intuizioni, desideri, sogni, speranze, paure, sentimenti, angosce, fantasia. E io tutte queste cose non le conosco più, le ho eliminate tutte, passo dopo passo, tassello dopo tassello, e non so gestire niente di tutto ciò.
Non so essere triste, non so avere paura, non riesco ad essere angosciata, non so contenere la rabbia. Ma non so nemmeno essere felice. Non so provare piacere. Quando faccio l'amore col mio ragazzo, io non riesco a provare piacere. Non parlo di raggiungere l'orgasmo, non è quello il punto. A me proprio non arriva niente, nessuna sensazione, in nessun momento dell'amplesso. O meglio.. La prima volta che l'abbiamo fatto è stato strano. Mi piaceva e contemporaneamente non riuscivo a sopportare che mi piacesse. Non ci ero abituata, non avevo mai provato niente di simile, non sapevo gestire quella gioia, quel godimento, chiamatelo come volete. Ricordo proprio quella sensazione disarmante, quegli interminabili momenti in cui mi piaceva davvero e contemporaneamente desideravo con tutto il cuore che finisse, che lui la smettesse. Era come se mi stesse facendo violenza, obbligandomi a godere. Quel piacere io non lo sopportavo, non sapevo materialmente come gestirlo, come sopportarlo. Era così forte, così prepotente da attanagliarmi il petto, non riuscivo proprio a tenerlo dentro nè ad esprimerlo. E di fatto, la mia razionalizzazione è riuscita ad eliminare il problema. Tranquilla, non sai gestire il piacere? Nessun piacere. Lo faccio per farlo, per fare contento lui, lo faccio per dimostrargli che lo amo (Fare per esprimere, invece di esprimere per esprimere). Ma non mi piace. E per la psicologa è un tassello ovvio del puzzle. Ho levato tutte le emozioni dalla mia vita, sia positive che negative. Perchè non sono capace di gestirle, e sopprimendole, elimino il problema alla radice. Non riesco nemmeno a provare tristezza.
Sembro una persona orribile, ma dopo tutto quello che ho scritto tanto vale dire anche questo.
Mio padre è in ospedale da più di un mese. Io non sono triste. Non ne sento la mancanza. Vado a trovarlo perchè è giusto farlo, perchè lui se lo aspetta, lo faccio per lui, per renderlo felice, per dimostrargli che gli voglio bene (idem come prima). Ma non mi fa piacere vederlo. A casa non sento la sua mancanza. Come non sentivo la mancanza del mio ragazzo. 
Due settimane fa il mio primo fidanzatino di quando avevo 14 anni si è suicidato, impiccandosi a casa sua. Io sono rimasta sconvolta, non me l'aspettavo proprio. Non parlavamo da un po', ma non è che fossimo in cattivi rapporti. Anzi, i nostri ultimi messaggi scambiati su fb nel giugno del 2012 erano "ti voglio bene, ci sentiamo, un bacio". Ma non mi sono rattristata, non ho pianto, non sono andata al funerale.
Non riesco ad essere triste. Non riesco a provare emozioni. E vi giuro che fa schifo....
Non stare male da un lato è positivo, per ovvi motivi. Non provare dolore dovrebbe essere bello, ma come dice la mia psicologa, eliminando il dolore e la tristezza si eliminano necessariamente anche le emozioni positive. Perchè se si è felici ci si offre alla possibilità che la felicità finisca e subentri la tristezza. Se si è tristi ci si permette di modificare questo stato di tristezza e di essere più o meno tristi e quindi anche potenzialmente felici. Eliminando tutto, non si corrono rischi. Niente tristezza, niente gioia, niente dolore, niente emozioni.
Ma vi giuro che fa schifo. Fa schifo davvero. Anche perchè prima o poi un'emozione arriva sempre, solo che non è riconoscibile, e solitamente è sotto forma estrema, come ira o euforia momentanea. Solo che non è gestibile, e fa commettere azioni estreme. Odio non riuscire a provare un'emozione. Odio non riuscire più a farmi un sano pianto liberatorio. Odio non provare piacere quando faccio l'amore col mio ragazzo. Odio non capire nessuno dei miei sogni, eppure li sento forti, prepotenti, intensi. Vorrebbero comunicarmi qualcosa, me la gridano quasi, ma mi parlano in un'altra lingua. Loro stanno sul piano delle emozioni, io sto perennemente sul piano delle azioni. E odio aver bisogno di provare fisicamente dolore per accettare quello emotivo. Se mi faccio del male, scarico la scossa emotiva che mi invade in certi momenti, e il mio corpo assorbe con piacere il dolore che la mente non sa sopportare. 
Di fatto, mi sono resa conto, che la cosa va avanti da moltissimi anni, ma sempre in forme diverse. Il succo è lo stesso, io Faccio. Cambiano solo le azioni. Quando ero bambina toglievo i pelucchi dai vestiti e i fili colorati dai calzini. Quando ero ragazzina sistemavo la casa, lavavo i piatti e facevo il cambio dell'armadio, anche in piena notte (cosa che a volte faccio ancora, come proprio stanotte). Poi ho cominciato a riversare tutto sul cibo, abbuffandomi, massacrandomi di sport e vomitando. Adesso ho cominciato a farmi del male, a tagliarmi la pelle. Ricordo infatti che in uno dei primissimi incontri con la psicologa le ho detto "Se mi avessero detto due anni fa che un giorno avrei pesato il cibo, contato le calorie, digiunato e vomitato, non ci avrei mai mai mai creduto. Amavo follemente il cibo. Avrei creduto più facilmente che sarei diventata un'autolesionista, ed è tutto dire, perchè odio il sangue e sono ipocondriaca, penserei di essermi procurata chissà quale malattia alla prima fuoriuscita di sangue." e lei mi aveva risposto "Che cambia? Digiunare o vomitare è così diverso dal farsi male fisicamente?" A quel tempo non le risposi, non sapevo cosa dirle, forse pensavo che sì, fossero cose diverse, ma ora mi rendo conto che sono la stessa identica cosa. E' un modo come un altro per Fare qualcosa al posto di provare un'emozione. Digiunare mi fa sentire lo stomaco vuoto, lo fa brontolare, accartocciare, fa girare la testa. Vedere il sangue mi permette di dire "ok, allora questa è sofferenza, è dolore, è tristezza, è rabbia." Mi fa dare un nome a quella scarica emotiva incontrollabile e ingestibile. Me la fa razionalizzare, perchè la trasforma in un oggetto, in qualcosa di solido, di concreto, di controllabile, di gestibile, di sopportabile.  So cosa devo fare quando sanguino. Metto l'alcol, tampono col cotone, e nel frattempo mi godo un'altra dose di dolore per via del bruciore dell'alcol. Invece non so cosa fare quando sono triste. Perchè materialmente non si deve Fare, non si può reagire a un'emozione con un'azione. Si dovrebbe esprimere, comunicare, affrontare l'emozione, viversela. Il problema nasce proprio dal pensiero che si debba fare qualcosa. "Che cosa vuoi che faccia? Che cosa devo fare?" è la domanda più brutta del mondo. Dovremmo fare di meno e provare, percepire, emozionarci di più. Non si può rispondere a un'emozione con un'azione. E' per questo che ci abbuffiamo, che ci feriamo, che ci tagliamo, che vomitiamo, che ci torturiamo, per trasformare la sofferenza emotiva che non sappiamo vivere e percepire in sofferenza fisica, tangibile, per portare il dolore dal piano dell'emozione a quello dell'azione, a noi più congeniale. 
Sono delle cose che ho capito in tempi recentissimi, alcune le ho colte e realizzate proprio mentre scrivevo, per questo ci sono molte ripetizioni e puntualizzo più volte lo stesso concetto. Non so se pubblicherò questo post, mi sembra veramente molto ingarbugliato, speculativo e fin troppo personale. Però chissà, magari può essere utile a qualcuno, magari qualcuno che si chiede "perchè lo faccio? perchè non riesco a smettere di farlo?" potrebbe capirne di più.
Di fatto, l'unico modo per smettere di Fare, è imparare a Sentire, a emozionarsi, appunto. Non dovremmo eliminare, sopprimere e negare le emozioni, sia quelle positive che negative. Dovremmo viverle tutte, a pieno, e con trasporto. Dovremmo esprimerle, con noi stesse e con gli altri. Solo così ci libereremo dalla schiavitù delle azioni. I rituali di azione (fare la spesa-abbuffarsi-vomitare/fare sport, tagliarsi-lavarsi-disinfettarsi, ecc) sono fini a se stessi, non servono a niente, danno solo un benessere momentaneo e illusorio perchè hanno l'unico scopo di trasformare la sofferenza emotiva in fisica e renderla quindi familiare e gestibile. Ma hanno un grosso effetto collaterale, quello di stabilizzarsi, come meccanismi automatici di risposta agli stimoli, come dei riflessi. Un po' come il cane sa che se ti dà la zampa avrà un biscotto, o viceversa se fa pipì a casa prenderà una bastonata (ecco perchè siamo così simili agli animali), anche la nostra mente a lungo andare capirà il nesso causale, capirà il collegamento. Evento esterno (litigio, problema, situazione stressante) -> sofferenza/dolore/tristezza -> rituale per spostarsi dal piano dell'emozione a quello dell'azione. Ma una volta instaurato e ritualizzato il meccanismo, si perderà il passaggio intermedio. Si passerà direttamente dall'evento esterno all'evento privato. Non vi è mai capitato? Io me ne sono resa conto un po' di tempo fa, l'ho detto anche alla psicologa, che mi ha confermato questo pensiero che vi ho ora qui esposto. Le ho detto che prima succedeva qualcosa, per esempio litigavo con qualcuno, e mi sentivo triste, depressa, delusa, frustrata, e mi sfogavo abbuffandomi. Colmavo il vuoto col cibo. Sentivo quel vuoto dentro di me, lo percepivo, e cercavo di tapparlo, ingurgitando la qualunque. Ogni scusa era buona per aprire il frigo, il cibo era la risposta ad ogni emozione negativa, ma poi, pian piano, il cibo è diventato non la risposta a una domanda, ma un'affermazione fine a se stessa. Mi ritrovavo certe volte ad abbuffarmi senza neanche averne capito il motivo, senza aver provato nessun tipo di emozione, semplicemente in seguito a un qualsiasi evento, che io non reputavo nemmeno chissà quanto doloroso. La mia mente aveva capito che poteva difendersi dall'emozione negativa. Aveva capito che la risposta, cioè il rituale fisico, poteva essere introdotto immediatamente dopo l'evento stressante, eliminando il passaggio intermedio. E di fatto, ho continuato ad abbuffarmi, vomitare, sputare e ammazzarmi di sport, ma senza più provare emozioni, senza più avvertire quel vuoto, senza percepirlo. E' diventato un meccanismo azione-azione. L'abbuffata (l'azione) non era più la risposta all'emozione, finalizzata quindi a ridurla, a trasformarla, ad eliminarla. L'abbuffata da curativa era diventata preventiva. L'abbuffata non serviva più a colmare il vuoto fastidioso e pressante nel petto, serviva proprio a non provarlo. E' così che, credo, ho smesso di provare emozioni. E' diventato TUTTO un'azione, un susseguirsi di azioni fini a se stesse, cicliche e ripetute, e non c'era più spazio per le emozioni, da nessuna parte. 
E se da un lato c'è di buono che non si sta più male, perchè la tristezza e il vuoto non vengono più avvertiti, d'altra parte si perde la possibilità di sentirli, così come di sentire qualsiasi altra emozione, ci si disabitua appunto. Inoltre si perde il contatto con se stessi, perchè le cose perdono significato. "Perchè mi sono abbuffata?" mi sono posta questa domanda per un sacco di tempo, senza mai capirlo. Credo di aver realizzato questa cosa proprio stasera, in queste 4 ore che ho passato scrivendo. L'ho detto più volte alla psicologa, nei nostri ultimi incontri, che sento di aver perso il contatto con me stessa, di non percepirmi più, di sentirmi come più persone insieme, una indipendente dall'altra. Ve ne ho parlato anche qualche post fa, della mia sensazione di una me che osserva e l'altra me che fa le cose, del vedere la mia vita che scorre come un film e di perderne a volte alcuni pezzi.
Credo di aver trovato quel pezzo mancante, avevo perso le emozioni! Ecco perchè non capivo più cosa stesse succedendo. Era una sensazione orribile, ve lo giuro. Facevo delle cose ma non capivo proprio perchè, era come se le facessi in automatico. Mi svegliavo la mattina e cominciavo a mangiare, poi mi rendevo conto di aver mangiato troppo e continuavo a masticare, però sputando. Poi mi facevo schifo e ricominciavo a mangiare normalmente, poi cercavo di rimediare con lo sport, poi tornavo a sputare, ecc. Un po' mi pesavo sempre e mi scrivevo i d.a., poi non me li scrivevo più.. Erano tutte azioni senza una logica, rituali messi in moto ormai automaticamente. E avevo proprio la sensazione che a fare quelle cose fosse un'altra persona. Razionalmente riconoscevo come mie quelle mani che si muovevano, quelle gambe che si dirigevano verso il frigorifero o sull'ellittica e quella bocca che masticava, masticava senza sosta. Ma non mi riconoscevo nella mente di chi faceva quelle cose, non ne capivo il motivo, il senso, lo scopo. E non lo capivo perchè l'avevo rimosso! Non riuscivo più a collegare gli eventi scatenanti con gli eventi conseguenti perchè avevo automaticamente eliminato il passaggio di mezzo, cioè l'emozione conseguente al primo evento e causa del secondo evento. Passavo semplicemente da un evento all'altro, cioè da un'azione all'altra.
Non potete capire la soddisfazione che sto provando in questo momento ad aver capito questa cosa.. E' come una realizzazione, un'epifania. E' come se qualcuno mi avesse passato degli appunti di una materia che rendono chiaro un concetto espresso malissimo nel libro. E' come se mi avessero finalmente raccontato il finale di un film bellissimo a tre quarti del quale se n'era andata la luce. 
Tanto per restare in tema, in questo momento sento una forte emozione positiva dentro di me, che ho chiamato soddisfazione, ma prima di scrivere quella parola avevo scritto gioia, poi mi sono fermata, l'ho cancellata, mi sono chiesta cosa provavo, ho cercato di capire, di dargli un nome e ci ho messo molti minuti prima di scrivere infine soddisfazione, ma senza esserne davvero soddisfatta. Non riesco neanche a sorridere, sento questa cosa dentro, che non so come sfogare. E proprio in questo momento mia madre mi ha rivolto la parola, ha cominciato al solito suo a punzecchiarmi, e rapidamente l'emozione si è trasformata in rabbia, pronta ad essere sfogata su me stessa o su qualche oggetto. Ma stavolta l'ho capito in tempo, stavolta sono stata più furba. Ecco che torna la scarica positiva senza nome.
In uno dei primi incontri con la psicologa ricordo di averle detto proprio questo, non so distinguere le emozioni, al massimo le differenzio in positive e negative, ma per il resto all'interno delle due categorie sono tutte uguali. 

Insomma... La vena ispiratrice è finita. Ho riletto il post e l'ho trovato molto carino e scritto anche stranamente bene, ho rilevato pochissimi errori di battitura. Lo pubblico anche se è davvero lunghissimo. Mi farebbe piacere se qualcuna di voi riuscisse a leggerlo tutto e a dirmi cosa ne pensa, se condivide la mia idea o se invece la vede in maniera diversa. Vorrei davvero attivare una discussione su questa cosa. Per la prima volta dopo tanto tempo sento che questo blog potrebbe servirmi davvero, forse ne ho trovato lo scopo. Non vi avevo mai parlato nel dettaglio così della mia vita o delle mie conversazioni con la psicologa, mi limitavo a Fare.. Scrivevo i d.a., progettavo obiettivi e situazioni, seguivo sfide, riportavo eventi. Invece vorrei dare più spazio alle mie emozioni. Mi dispiace se ciò che scrivo non vi piace o vi annoia, ma credo che ci saranno altri post così. Stasera mi sono sentita molto in stile Stream of Consciusness. Più scrivevo, più mi venivano cose in mente, che portavano ad altre idee, e alla fine ho realizzato qualcosa che non pensavo assolutamente di sapere, e invece era lì, bastava tirarla fuori. Sto cominciando a psicanalizzarmi da sola xD
Per riassumere proprio in breve: 
Sì, è utilissimo e importantissimo seguire una terapia con un/una psicologo/a.
No, non bisogna sempre fare qualcosa, ci si dovrebbe fermare a pensare, a scrivere, a parlare.
Riversare le emozioni sul cibo, sul dolore, sullo sport dà solo un benessere momentaneo e illusorio, e più viene fatto, più effetti disastrosi produce sul corpo e sulla mente.
Dire ciò che si pensa, litigare, discutere, fa bene, ci fa conoscere meglio noi stessi, se poi si riflette sul litigio e si prendono in considerazione alcuni aspetti, senza limitarsi a pensare "fanculo, avevo ragione io". 

Concludo dicendo solo un'altra cosa. Il mio ragazzo è tornato, e ne sono davvero contenta, più di quanto mi aspettassi. Ieri abbiamo fatto l'amore, e mi sono sforzata di lasciarmi andare, e mi è piaciuto abbastanza. Mi sono sentita meno oppressa, più libera, più leggera. Mia madre oggi mi ha detto che è colpa del mio ragazzo se sono così, che quando torna lui io cambio da così a così.. E sapete una cosa? Credo che sia vero. Perchè lui mi fa sentire amata, mi fa sentire importante, mi fa sentire considerata, cercata, mi fa sentire necessaria e indispensabile. Non so bene che cosa veda in me, ma so che vede qualcosa, qualcosa che gli piace un sacco. E inevitabilmente nasce il confronto, tra come mi sento trattata da lui e come dagli altri. E per questo oggi è successo quel casino con mia madre. Perchè ho visto la differenza tra come posso essere considerata e quanto mi considera invece lei. Il mio ragazzo mi ama così tanto che quando c'è lui mi amo un po' anche io, e penso di meritare di più, trovo il coraggio di ribellarmi, di dire quello che penso davvero, quello che non mi sembra giusto. Lui riesce a sciogliere un po' quel cubetto di ghiaccio che ho al posto del cuore e mi fa riscoprire il magico mondo delle emozioni.
Sì, è vero, oggi mi sono tagliata. Perchè mi sembra ovvio che queste emozioni, che sto appena appena ricominciando a conoscere, non le so ancora minimamente gestire. Ma sono sicura che lui mi aiuterà a imparare. Sono molto più fiduciosa nella nostra relazione. Mi sono resa conto che se non volevo che lui tornasse, se avevo dei dubbi, era perchè avevo paura delle emozioni che avrei potuto provare quando lui fosse stato qui. Le avevo eliminate tutte, e avevo paura che ritrovarle potesse farmi del male. Invece, ve lo giuro, provare emozioni è bello. E' bello anche provare rabbia, tristezza, percepire il vuoto. Se sono capace di essere triste, posso essere capace anche di essere felice. Sforzatevi.. Sforziamoci un po' tutte.
Buonanotte, un bacio a tutte <3

14 commenti:

  1. Questo Post lo trovo magnifico, personale, esauriente e pieno di capacità elaborative. Spero che lo leggano molte persone. Grazie Softy S.

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  2. Mi è venuto da piangere leggendo queste cose, mi è venuto da piangere e non so dirti perché. Forse perché mi sento capita, forse perché non sono sola al mondo con questa sfida contro di me, contro i miei pensieri e le mie emozioni, forse perché mi rendo conto che cose del genere nessuno le dovrebbero provare o anche solo, come hai detto tu, razionalizzare.
    Mi rendo conto che quello di cui mi vantavo tanto (quante volte ho detto "io sono più razionale di te, non avrei mai detto quel ti amo così presto!" alla mia migliore amica, che vive tutto di emozioni, di pancia, di cuore), è quello che più mi ferisce. Sono io l'artefice del mio male.
    Davo la colpa a mio padre, davo la colpa a mille circostante ma il problema di fondo è dentro di me. Non volevo solo accettarlo.
    Credo di aver capito di avere un problema proprio quando mi sono resa conto che tutto mi passava addosso senza toccarmi, che se tu credi di essere una persona orribile perché non senti la mancanza di tuo padre, io cosa mi dovrei ritenere? Perché io la mancanza di mio padre non l'ho mai sentita, anzi, io l'ho odiato seriamente anche quando mi ha abbandonata.
    Mi è venuto da piangere perché tua madre è un po' come la mia. Che del mio... dolore, tristezza, problema, malattia? me ne fa anche una colpa: "che ti ho fatto? Dimmi perché stai così! Dimmi perché me ne fai una colpa, io ho sempre fatto tutto per te, mi spezzo la schiena ogni giorno!".
    Ed effettivamente è vero, perché lei è sola senza appoggio da parte di mio padre, di suo padre, e senza neanche il mio di appoggio. E lì mi sono resa conto di essere un mostro. Come se tutte le emozioni che provassi fossero sbagliate, perché incolpavano mamma, perché la facevano star male.

    Io tutto questo l'ho pensato, ma è rimasto tutto così, in bilico... Perché di farmi aiutare, di capire, di affrontare, non ne ho mai avuto la forza.
    Mentre tu, anche se ti riputi una persona orribile (e chiariamoci, secondo me sei una delle persone più profonde che ci siano), qualcosa stai facendo. Anche solo scrivendo qui, anche solo stando bene con il tuo ragazzo, andando da una psicologa.
    Grazie per quello che hai scritto, davvero.

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  3. GaiaCincia10/03/14, 11:32

    Ciao stella :)
    Scusami se sono di poche parole, è che questo post avrei potuto scriverlo io.
    E ora sto lottando contro il mio basso istinto di scoppiare in lacrime, come quando guardo un film triste, perché mi vergogno mortalmente delle mie emozioni. O meglio. Io non ho diritto di provarne. Però ho tanta voglia di abbracciarti se per te non è un problema. :)

    Scusami, vorrei poter essere positiva e darti il meglio di me, ma oggi...oggi non sono di scena ;) non si può essere artisti tutte le sere alle otto in punto, no?
    :*

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  4. Ciao, questo post è splendido e credo che rispecchi il pensiero di molte. Questo non per banalizzare la tua riflessione naturalmente, anzi per darle forza e valorizzare ancora di più il tuo pensiero!
    Hai ragione quando dici che è brutto sentirsi "anestetizzate" nelle proprie emozioni; mi sembri una ragazza davvero profonda e appassionata, non lasciare che il dolore ti renda fredda e lascia andare la tua sensibilità... Non è affatto facile, è vero: io stessa, ad esempio, riesco a dare seguito alle mie emozioni solo quando sono da sola. Così piango, urlo, rido, ripiango, ma sempre e solo da sola. Forse è per questo che vorrei sempre mangiare sola (e sono soddisfatta quando ci riesco: perché il cibo come dici anche tu è un modo per sfogare le proprie emozioni, ed io voglio esternarle solo quando non c'è nessuno.
    Cerca di rileggere questo post, fai forza sull'amore che tu ed il tuo ragazzo provate, che ti da' sensazioni positive, che ti fa sentire finalmente giusta e bella, e dai sfogo alle tue emozioni. Forse ci vorrà un po' per gestirle, forse inizialmente usciranno troppo passionali, forti, inaspettate: ma vivile, stacci dentro!!! Non fermarti a guardare te stessa dall'esterno. Continua così, emozionati e cerca di trovare del bene per te stessa: non sei affatto una persona orribile, devi volerti bene e rispettare il tuo corpo.
    Amati, e godi della tua sensibilità e delle tue emozioni.
    Un abbraccio e scusa il papiro!

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  5. Grazie mille ragazze, siete dolcissime! <3

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  6. Sarò breve perchè è difficile trovare le parole giuste per tutto. Vorrei dire che non è facile essere una madre, forse io me ne rendo conto perchè sono madre anch'io e quando ero "solo una figlia" avevo solo una parziale visione del tutto. Alle volte bisogna capire le madri e con questo non sto giustificando tua madre assolutamente anzi spero si renda conto del suo comportamento e lo cambi.
    Spero tu possa anche trovare conforto nel tuo ragazzo che cmq ti fa sentire amata e desiderata, credo ti ami davvero, però allo stesso tempo spero tu possa trovare la forza dentro di te perchè è da lì che veramente deve nascere. Sono sicura che ce la farai.
    Ti abbraccio e mi dispiace se non scrivo molto, ma sai... non vorrei mai dire qualcosa di sbagliato, ma ti sono vicina.

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  7. Questo post è stupendo e l'ho letto tutto, fino all'ultima riga. Capisco bene quando dici che a volte ti sembra di assistere alla vita di qualcun'altro, come in un film (scusami se lo esprimo male ma vabbè hai capito) e soprattutto quando dici che molte cose avevano cominciato a renderti indifferente a tutto. Io personalmente mi rispecchio in ciò che scrivi. Da quando vomito, pensandoci, non mi importa più di niente o almeno questa è la sensazione che ho. La cosa peggiore non è soltanto che l'ambiente esterno e le emozioni perdono di importanza (x ambiente esterno intendo tipo le altre persone e quello che fanno oppure ciò che la gente pensa di te) bensì anche le aspirazioni, i sogni cominciano a perderne. Si è come dei robot, rassegnati al triste destino che da soli ci siamo creati, e si continuano a ripetere le stesse azioni che non risolvono mai il problema. Comunque tu nel post sei stata davvero chiara.
    Sono curiosa di leggere come procede tutto :D un abbraccio bella !

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  8. Comunque x quella cosa di tuo padre non ti sentire colpevole. A volte bisogna anche accettare come uno si sente. Se tu appunto dici che non hai provato nulla x la sua mancanza, non significa forse che in realtà, in fondo in fondo, ti faceva stare male ed è sormontato il solito meccanismo di difesa dell'azione..? Lo dico perché ho vissuto un'allontanamento analogo, in passato, da parte di mio padre.. Avevo 14 anni e lui si doveva far operare ( mia madre aveva detto che era un'operazione rischiosa). Io cominciai a diventare insopportabile, difficile, cattiva quasi, con tutti. Litigavo tutti i giorni con mia madre e mia sorella, mi facevo mettere in punizione, rubavo qualche spiccio. In pratica sfogavo la tristezza attraverso l'atteggiamento aggressivo. Il peggio è che mi sentivo pure in colpa, perché come te non mi sentivo triste per mio padre. In realtà avevo tanta paura, che non volevo ammettere a me stessa. L'aggressività mia e l'odio degli altri mi permettevano di attenuare questa tristezza.

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  9. Ho troppe cose da dire, troppe... Alcune delle cose che hai scritto mi sono così familiari, mi fa quasi impressione leggere che a casa tua succedono alcune delle cose che succedono a me, ESATTAMENTE UGUALI. Ho il cervello che va a mille, ho troppe cose da dire, non riesco ad organizzare un discorso. Se ci conoscessimo ti direi "è troppo complicato da scrivere, ti chiamo". Spesso mi rivedo in alcuni post di altre ragazze ma perché i sintomi sono più o meno gli stessi, mentre in questo caso trovo delle similitudini che non hanno a che fare direttamente con il cibo... Non sai cosa darei per poterne parlare seriamente con te. Ti posso scrivere via mail?
    girly_francy93@yahoo.it, scrivimi se ti va...

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    1. Mi fa molto piacere il tuo commento, certo che puoi scrivermi via mail!
      Softyskinny@gmail.com
      Se non leggi questo commento fa nulla, ti scrivo io domani!

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  10. Non ho mai letto un'autoanalisi così profonda e dettagliata...dicono che scrivere aiuta a dipanare i fili ingarbugliati, e tu l'hai fatto benissimo.
    Adesso c'è solo da passare dalla teoria alla pratica.
    Non si puo' scappare dalle emozioni.
    Si puo' solo imparare a lasciarle scorrere, o diventano d'impaccio e sai gia' come va a finire.

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  12. Ciao... Grazie, grazie per questo post.. Mi hai fatta piangere, piangere, piangere. Perché, come te, ho paura di soffrire. Ho paura di non riuscire a programmare la mia vita: quando non ci riesco, mi abbuffo. Razionalizzare.. Quante volte ci ho provato. quante volte, un'infinità, mi sono chiesta perché mi abbuffassi: inizialmente era perché ero triste, confusa, arrabbiata, perché i miei programmi venivano sbrandellati, non rispettati; poi, mi sono persa. Ad un certo punto, ho perso me stessa: le mie ragioni, le mie azioni: non sono più riuscita ad analizzarmi. Terrore, ansia, tutto fuori controllo: non mi capivo più.
    Mi abbuffavo completamente a cazzo, completamente senza senso, senza logica, logica, logica, logica. E poi ho capito. Piano piano, anche leggendo questo post, in cui mi rispecchio molto, ho capito. Ho bisogno, come dici tu, di emozionarmi. Non riesco a piangere quando muoiono i miei nonni, non mi dispiace quando tratto l'unica nonna in vita di merda rischiando ogni volta di non rivederla più perché abita a mille chilometri da me, non mi dispiace quando i miei fanno sacrifici per me ed io butto il cibo nel cesso. Non provo emozioni. Così mi abbuffo: estremizzo le mie sensazioni per percepirle. Le porto al limite, finchè la pancia non tira dal troppo cibo, o non brontola dal vuoto troppo grande, dal digiuno troppo lungo.
    E nemmeno io, facendo l'amore con il mio ragazzo, riesco a provare nulla; molto è dovuto al disagio che provo nei confronti del mio corpo, e poi perché il mio corpo rifiuta il piacere. Non deve provare piacere, un corpo così. Non riesce, non ne è capace. Trovo le emozioni abbuffandomi. Emozioni fisiche (dolore, gonfiore, stanchezza) che poi generano rabbia, disprezzo, tristezza, nervosismo. Solo così posso provare queste sensazioni. Così come sono felice solo se rispetto i miei piani e mangio sano. Bellissima riflessione.

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  13. È uno dei post più belli in assoluto. Non intendo tuo, ma tra quelli di tutte le ragazze che ho letto e sto leggendo.
    Mi ricordi me, solo che ogni storia e di sé stessi e quindi comunque cambiano tante cose. Ma è circa quello che riguarda un po' tutte noi, credo.

    Z.

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Sii civile, non serve insultarmi per parlare con me.